Spl, liberalizzazione necessaria

Servizi pubblici locali

24-08-2012

Articolo a cura di Damiano Lipani (Lipani & Partners) - Riproduzione riservata.

Non è bastata una prima legge (il cosiddetto decreto Ronchi) nel 2008, con tanto di regolamento di attuazione; non è bastato un referendum abrogativo a giugno 2011, utilizzato come strumento di campagna elettorale; non è bastata una seconda legge ad agosto 2011, che ha «salvato» dalla liberalizzazione soltanto la gestione del servizio idrico.

 

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012, ha azzerato il processo di liberalizzazione di tutti i servizi pubblici locali, imposto all'Italia dall'appartenenza all'Unione europea.Il paradosso è questo: da un lato, la gestione dei servizi pubblici locali, svolti direttamente dagli enti locali o affidati in via diretta a società in house, è certamente incompatibile con i principi europei della concorrenza e del mercato; dall'altro lato, la relativa liberalizzazione è incostituzionale, perché il popolo ha abrogato le norme di riferimento con un referendum, il sancta sanctorum della democrazia diretta. In altri termini, se il decreto Ronchi ha voluto, anzi ha dovuto, introdurre in Italia una regola comunitaria, che è stata interamente abrogata all'esito della recente consultazione referendaria, caratterizzata dall'ingannevole slogan politico «no alla privatizzazione dell'acqua», la Corte costituzionale, con la sentenza in questione, bacchetta il legislatore perché, dopo poco più di un mese dal referendum, ha introdotto nuovamente le norme sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, la cui ratio e i cui contenuti sono sostanzialmente analoghi, se non corrispondenti, a quelli delle norme appena abrogate per volontà del popolo sovrano.

 

In effetti, è evidente la corrispondenza sostanziale delle norme introdotte nel 2011 con quelle del 2008 (poi abrogate dal referendum), seppure queste ultime escludessero espressamente la «privatizzazione» dell'acqua dal processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Ebbene, la Corte costituzionale, pronunciandosi su un ricorso presentato da diverse regioni, tra cui Lazio, Puglia, Sardegna, Marche ed Emilia Romagna, ha ritenuto che la norma impugnata violi il «divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare, desumibile dall'art. 75 della Costituzione, secondo quanto già riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale». Il principio espresso dalla Corte costituzionale è ineccepibile e la relativa riaffermazione resa necessaria da un uso distorto, atecnico e populista, del referendum; tuttavia, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali è necessaria, non soltanto per adeguare la normativa nazionale a quella comunitaria, ma soprattutto per immettere concorrenza in settori che senza dubbio necessitano di adeguamento alle realtà del mercato e, soprattutto, ai bisogni della collettività.

 

Scorrendo i nomi dei componenti il collegio, e in particolare leggendo il nome del giudice relatore della questione, Giuseppe Tesauro, ex presidente dell'Antitrust, non è difficile immaginare la «difficoltà» di assumere tale decisione. Ora si dovrà attendere per vedere se e come il governo, al quale sono ben chiari i principi comunitari, soprattutto quelli di tutela del mercato e della concorrenza, grazie alle competenze ed esperienze del primo ministro Monti (commissario europeo per la concorrenza sino al 2004) e del sottosegretario Catricalà (presidente dell'Antitrust sino al 2011), potrà uscire da un'impasse apparentemente insormontabile. Intanto, è da considerare il portato dell'art. 4 della spending review, il quale esclude dall'obbligo di liquidazione o, in alternativa, di privatizzazione le società pubbliche che «svolgono servizi di interesse generale, anche aventi rilevanza economica», a quanto sembra anche quelle operanti a livello locale, in sostanziale coerenza con la pronuncia in commento, facendo salvi altresì gli affidamenti diretti a cooperative sociali e associazioni, secondo i termini specificati dallo stesso art. 4.

 

In ogni caso, se da oggi le p.a. non hanno più l'obbligo di immettere sul mercato i servizi pubblici locali svolti in proprio, resta l'auspicio che quelle più illuminate proseguano nell'avviato processo di liberalizzazione.



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