L’Avvocato va in città: riflessioni urbanistiche ai tempi della spending review

REVISIONE DELLE CIRCOSCRIZIONI GIUDIZIARIE

27-07-2012

E' in fase di pubblicazione il Decreto Legislativo sulla riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie, previsto sin dall'estate scorsa. All'epoca, correva l'anno 2011, la legge delega aveva attribuito al governo la delega ad adottare - entro un anno - uno o più decreti legislativi per "riorganizzare la distribuzione sul territorio degli Uffici giudiziari, al fine di realizzare risparmi di spesa ed incremento di efficienza". Allora, il termine "risparmio di spesa" aveva ancora il senso che comunemente si attribuisce a tale espressione: quello che evoca il concetto del "buon padre di famiglia", così caro ai giuristi, che - di fronte all'inasprirsi della crisi economica - si ingegna a riorganizzare i criteri di spesa e le voci di risparmio, cercando di mantenere, anche nel basso profilo, una condizione di efficienza. Oggi, invece, il "risparmio di spesa" è diventato un sinonimo - un po' sinistro - di "tagli di spesa" e, per non confonderlo con la precedente visione, ha assunto il nome anglosassone di "spending review".

 

E così, il decreto legislativo, nella versione appena licenziata, interpreta a suo modo i quindici "principi e criteri direttivi" cui la riforma delle circoscrizioni avrebbe dovuto ispirarsi, secondo il legislatore del 2011. In sintesi, la norma prevede la soppressione di alcune sedi dei tribunali ordinari (circa 30), nonché di una lunga serie di sezioni distaccate (oltre 200) e di procure della Repubblica (circa 40), indicate in un apposito elenco. Le competenze delle sedi giurisdizionali soppresse, dovranno essere assorbite dalle sedi centrali, quelle che hanno - ad oggi - un bacino di utenza più rilevante. Sin qui la legge, che andrà attuata in tempi assai brevi: tra i diciotto mesi ed i tre anni. E con ciò lo Stato intende raggiungere gli obiettivi di risparmio di spesa - sia a breve termine, che a regime - che si è prefisso con il progetto di Spending Review. Ma a questo punto viene da chiedersi: quando lo Stato persegue un obiettivo - ancorché doveroso ed emergenziale - valuta anche le possibili ricadute che le novelle normative possono portare alla vita pratica? Nascono i super tribunali: ma nasce - con essi - anche l'esodo di addetti ed utenti verso questi nuovi "Headquarters" della giustizia. Già, ma come e con quali mezzi si realizza questa "affluenza in città"? Sì, perché i tribunali centrali, quelli destinati ad assorbire le competenze delle sedi soppresse, sono già oggi strutturalmente inadeguati a reggere il carico sinora affidato e con l'aggiunta di ulteriori competenze, rischiano un collasso irreparabile del sistema, a tutto discapito dell'efficienza e della altisonante funzione dei "super tribunali". Non si sta parlando delle - pur possibili - complicazioni nella gestione del carico di lavoro, ma, con considerazione più pragmatica, della impossibilità di reggere un incremento del carico urbanistico che graviterà sui tribunali "superstiti", dopo la falcidia di quelli periferici. E ciò appare stridere con le considerazioni - ribadite anche di recente dalla Consulta, con la sentenza n. 114/2012 - sulla nodale funzione degli standard urbanistici fissati dal D.M. n. 1444/1968, chiamati a garantire condizioni di salubrità e di sicurezza per la popolazione.

 

Tale norma, agli albori della edificazione di massa, fissava proporzioni inderogabili fra le costruzioni e le infrastrutture ed attrezzature necessarie alla vita della popolazione che vi sarebbe confluita; ciò sul presupposto che l'incremento del numero delle persone avrebbe comportato la necessità di un proporzionale incremento di servizi pubblici ed infrastrutture: nasceva, così, il concetto di "carico urbanistico", tuttora efficace. Gli edifici con un alto carico urbanistico - come i tribunali - cioè che comportano una presenza massiva di persone, necessitano di una maggiore quota di standard; questa norma, fra le più intuitive e condivisibili nel panorama urbanistico ha, comunque, il primato di essere anche la più disattesa. E così, l'esperienza ha, ad oggi, dimostrato che quasi tutte le sedi dei tribunali si trovano in aree centrali delle città, in cui vi è una cronica carenza di standard urbanistici: verde, servizi pubblici e parcheggi. Inoltre, alcuni edifici non sono adeguatamente serviti dalle infrastrutture del trasporto pubblico: i tribunali ubicati fuori città sono mal serviti dai mezzi pubblici e quelli in centro città sono raggiungibili soltanto dopo aver affrontato una lunga e quotidiana battaglia nel traffico. Quanto agli edifici, poi, bisogna registrare che, salvo rare eccezioni, a mala pena riescono ad ospitare il pubblico e gli addetti che gravitano nel sistema giustizia: essi, infatti, non sono dotati di impianti in numero e qualità sufficienti a soddisfare le esigenze minime dell'attuale bacino di utenza. Infine gli spazi destinati ad archivi - che già oggi sono manifestamente sottostimati e mal attrezzati - si prospettano del tutto carenti, rispetto alle nuove esigenze. Il legislatore, a dire il vero, sembra percepire il risvolto "urbanistico-edilizio" della riforma delle circoscrizioni giudiziarie, ma reagisce con una previsione che sembra stonare con il rigoroso obiettivo di contenimento della spesa che anima il resto della norma. L'art. 7 dell'emanando Decreto Legislativo, infatti, prevede "... il Ministro della giustizia può disporre che vengano utilizzati a servizio del tribunale, per un periodo non superiore a cinque anni ... gli immobili di proprietà dello Stato, ovvero di proprietà comunale interessati da interventi edilizi finanziati ai sensi dell'articolo 19 della legge 30 marzo 1981, n. 119, adibiti a servizio degli uffici giudiziari e delle sezioni distaccate soppressi. ... Le spese di gestione e manutenzione degli immobili sono a carico del comune ove i medesimi si trovano ...".

 

Insomma, come a dire che - temporaneamente - potranno essere utilizzati immobili realizzati o ristrutturati con mutui garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, ma spetterà ai Comuni provvedere alla manutenzione ed alla fruibilità di tali edifici. Il che significa, considerando la cronica mancanza di fondi degli enti locali, che gli edifici non verranno mai ristrutturati o manutenuti - o comunque non saranno oggetto dei (costosi) interventi di radicale restauro di cui hanno oggettivamente bisogno -. In tale quadro, la speranza corre verso le norme in materia di dismissione dei beni pubblici, previste ai fini della Spending Review e, segnatamente, laddove si ipotizza il ricorso a fondi immobiliari pubblici o privati per la valorizzazione del patrimonio della pubblica amministrazione e degli enti locali. Gli enti potrebbero, così, ri-investire le somme ricavate dal conferimento nella ristrutturazione dei beni strumentali. Inoltre, attraverso tali strumenti, o anche con progetti di partenariato pubblico-privato si potranno finanziare opere infrastrutturali a supporto dei super tribunali e, così, alleviare il sovraccarico che porterebbe al collasso urbanistico delle "aree giudiziarie". Si pensa ad opere redditizie - le cosiddette "opere calde" -, ad esempio i parcheggi e le strutture di logistica, in cui il soggetto finanziatore può essere remunerato con lo sfruttamento economico dell'opera. In tal modo, la spending review ritroverebbe quella razionalità ed equilibrio che dovrebbero caratterizzare le misure "a lungo termine" e risulterebbe veramente "efficiente" e produttiva di valore aggiunto per i cittadini e le città. L'alternativa (transitoria?) sarà - come nella riforma della giustizia che negli anni '90 ha portato all'abolizione delle Preture ed al relativo accorpamento con i Tribunali - una mera sostituzione delle targhe apposte fuori dagli uffici giudiziari, e così anziché Tribunale di ..., si leggerà, semplicemente, Sezione distaccata del Tribunale di ... 



PDF
  • DIRITTO24-SPENDING-REVIEW-LIPANI