Il referendum ha messo l'Italia contro le norme Ue

Liberalizzazioni

03-08-2011

Articolo a cura di Damiano Lipani (Lipani & Partners) - Riproduzione riservata.

Liberalizzare l'acqua era pienamente in linea con il decreto Bersani Essendosi ormai esaurite le polemiche sull'esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011, che ha deliberato l'abrogazione dell'articolo 23 bis del Decreto 112/2008, definito della «privatizzazione dell'acqua», si possono fare alcuni ragionamenti sull'abrogazione di questa norma.

L'articolo 23 bis del Decreto Ronchi, imponeva alle amministrazioni locali di affidare i servizi pubblici locali (quali il trasporto pubblico, l'igiene urbana, l'erogazione dell'acqua, la gestione del verde pubblico) al libero mercato anziché a società in house, ossia società interamente partecipate dalle stesse amministrazioni, che su dette società esercitavano un controllo analogo a quello esercitato sui propri uffici.

 

Al fine di garantire il raggiungimento degli obiettivi della norma, entro il 31 dicembre 2011 le amministrazioni locali avrebbero dovuto cedere a terzi almeno il 40% delle partecipazioni detenute nelle società che prestavano in loro favore servizi pubblici locali e, in ogni caso, il controllo sulla gestione di dette società, oppure affidare a terzi i medesimi servizi a seguito di una procedura di gara. La liberalizzazione dei servizi pubblici locali sembrava un coerente seguito del cosiddetto Decreto Bersani sulle liberalizzazioni (il Decreto 223/2006) e in particolare dell'articolo 13, con cui si è imposto alle società pubbliche che svolgono servizi strumentali (per esempio quelli informatici) di operare unicamente in favore degli enti locali-soci costituenti, vietando quindi a dette società pubbliche locali di operare sul libero mercato.

 

È evidente che l'abrogazione dell'articolo 23 bis e del relativo regolamento di attuazione, il decreto n. 168/2010, ha bloccato il processo di liberalizzazione di tutti i servizi pubblici locali a rilevanza economica, avviato nel 2008 e imposto dalla normativa comunitaria, che la stessa norma oggi abrogata aveva recepito (o meglio aveva dovuto recepire) nell'ordinamento italiano. Attualmente, infatti, i servizi pubblici locali di rilevanza economica in Italia possono essere prestati da soggetti pubblici (ossia direttamente dalle amministrazioni locali o da società in house, interamente partecipate da queste ultime) senza la mediazione di una procedura di gara e, dunque, sottraendosi detti servizi al mercato, oppure da soggetti privati affidatari a seguito di procedura di gara. Tuttavia, la normativa e i principi comunitari, in particolare le disposizioni del Trattato per il funzionamento dell'Unione europea, nonché le pronunce della Corte di Giustizia, le risoluzioni del parlamento europeo e le comunicazioni interpretative della Commissione europea, prescrivono che i servizi pubblici locali a rilevanza economica debbano essere immessi nel libero mercato e non più affidati in via diretta, cioè con lo strumento dell'in-house providing.

 

Ciononostante, l'abrogazione dell'art. 23 bis determinerà la reviviscenza, in Italia, dell'istituto dell'affidamento in house anche nel settore dei servizi pubblici locali, essendo venute meno nell'ordinamento interno le limitazioni all'operatività dell'istituto, sebbene queste siano ancora vigenti a livello comunitario. Infatti, oggi la pubblica amministrazione può affidare i servizi pubblici locali a rilevanza economica a società controllate dagli enti stessi anche in assenza di quelle peculiari «caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento» che non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, e senza necessità del parere dell'Autorità garante per la concorrenza e il mercato, come era invece prescritto dalla disposizione abrogata.



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